LA LEADERSHIP DI SALVINI È IN CRISI?

La crisi che attraversa oggi la Lega non sembra più riconducibile a una semplice fase negativa nei sondaggi. Il problema appare più profondo: riguarda l’identità stessa del partito, il suo spazio politico e il modello di leadership costruito negli ultimi anni attorno alla figura di Matteo Salvini.
Le tensioni provenienti soprattutto dalla componente lombarda e veneta, il crescente richiamo al ruolo degli amministratori del Nord e la concorrenza apertasi a destra dopo l’affermazione di Futuro Nazionale pongono una domanda che la Lega non può più rinviare: che cosa vuole essere nei prossimi dieci anni?
La risposta non dovrebbe essere né un ritorno nostalgico alla Lega Nord degli anni Novanta né l'ennesimo tentativo di inseguire sul terreno identitario chi, oggi, riesce a utilizzare parole d'ordine ancora più radicali.
La strada più razionale potrebbe essere un'altra: trasformare la Lega in un autentico partito federale dei territori, fortemente radicato al Nord ma capace di proporre il federalismo come modello per l'intero Paese.

L'errore di continuare a inseguire Vannacci
La prima questione che Salvini dovrebbe affrontare è strategica.
Per anni la Lega ha progressivamente abbandonato la propria specificità territoriale cercando di diventare una forza nazionale, sovranista e identitaria. L'operazione ha avuto una fase di straordinario successo: la Lega del 34% alle elezioni europee del 2019 sembrava dimostrare che fosse possibile trasformare un partito nato nel Settentrione in una grande forza nazionale.
Ma quello spazio politico oggi è profondamente cambiato.
Fratelli d'Italia occupa ormai stabilmente il ruolo di principale forza della destra italiana. Giorgia Meloni dispone della forza derivante dalla Presidenza del Consiglio e da una leadership nazionale consolidata.
Sul fronte più radicalmente identitario, invece, la nascita e la crescita di Futuro Nazionale hanno creato un ulteriore concorrente.
Salvini rischia quindi di trovarsi stretto tra due forze.
Da una parte un partito, Fratelli d'Italia, più forte e più credibile come forza di governo nazionale.
Dall'altra Futuro Nazionale, potenzialmente più libero di spingersi su posizioni radicali in materia di identità, immigrazione, sovranità e rapporti con l'Europa.
Tentare di rispondere diventando semplicemente "più Vannacci di Vannacci" sarebbe probabilmente un errore.
La Lega finirebbe per combattere su un terreno sul quale non possiede più alcun monopolio.
La soluzione potrebbe quindi essere esattamente opposta: smettere di inseguire gli altri e tornare a possedere un'identità che gli altri non possono facilmente copiarle.

La questione settentrionale esiste ancora
La Lega nasce da un dato politico che non è affatto scomparso: il rapporto problematico tra territori produttivi, fiscalità, burocrazia e Stato centrale.
Cambiano i linguaggi, cambiano le generazioni, ma rimangono questioni molto concrete.
Quanto delle imposte raccolte in un territorio deve rimanere in quel territorio?
Quale autonomia devono avere Regioni e Comuni?
Come si riduce la distanza tra chi prende le decisioni e chi ne sopporta le conseguenze?
Come si responsabilizzano gli amministratori locali sulla qualità della spesa?
Come si sostengono imprese, artigiani, professionisti e distretti produttivi?
Come si costruiscono infrastrutture adeguate alle zone che producono una parte rilevante della ricchezza nazionale?
Queste domande sono molto più coerenti con la storia della Lega rispetto all'ennesima battaglia identitaria combattuta sui social.
E soprattutto possiedono una caratteristica politicamente preziosa: differenziano la Lega dai suoi concorrenti.
Fratelli d'Italia nasce da una cultura politica fortemente nazionale.
Futuro Nazionale punta su identità, sovranità e una concezione altrettanto marcata della Nazione.
La Lega potrebbe invece tornare a rappresentare il principio opposto e complementare: più potere ai territori, meno centralismo, più responsabilità locale.

Non serve necessariamente tornare alla vecchia Lega Nord
Questo non significa riproporre semplicemente la Lega Nord.
Una forza che decidesse di parlare esclusivamente a Lombardia, Veneto, Piemonte e alle altre regioni settentrionali probabilmente restringerebbe eccessivamente il proprio potenziale politico.
Il federalismo, infatti, non è necessariamente una politica contro il Sud.
Può essere una politica per tutti i territori.
Una Sicilia più autonoma e responsabile delle proprie scelte amministrative non è incompatibile con una Lombardia più autonoma.
Una Toscana che dispone di maggiori poteri locali non sottrae necessariamente qualcosa al Veneto.
La questione potrebbe essere posta in termini completamente nuovi:
non Nord contro Sud, ma territori contro inefficienza e centralismo.

La Lega avrebbe così un cuore settentrionale molto forte senza rinunciare a una presenza nazionale.
La sua trasformazione potrebbe essere riassunta in cinque parole:
federalismo, territori, impresa, autonomia, sicurezza.
Una piattaforma molto diversa tanto dal nazionalismo quanto dal sovranismo identitario puro.
Una Lega federale anche nella propria organizzazione
Se il federalismo deve tornare al centro del programma, dovrebbe però entrare anche nella struttura stessa del partito.
Qui emerge il problema forse più delicato: la leadership.
La Lega degli ultimi anni è stata fortemente identificata con Matteo Salvini. Finché il consenso cresceva, questa concentrazione del potere rappresentava un vantaggio.
Quando il consenso diminuisce, la stessa struttura diventa una fragilità.
Un partito autenticamente territoriale dovrebbe probabilmente trasformarsi in una sorta di federazione politica.
Una Lega lombarda forte.
Una Lega veneta forte.
Una Lega piemontese.
Una Lega del Friuli-Venezia Giulia.
Organizzazioni territoriali dotate di maggiore autonomia politica, collegate da una struttura nazionale più leggera.
Il modello non dovrebbe necessariamente essere copiato da altri Paesi, ma il principio potrebbe ricordare quello delle grandi federazioni politiche nelle quali il centro stabilisce alcune linee comuni mentre i territori mantengono identità, classe dirigente e priorità proprie.
In questo modo figure come Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Giancarlo Giorgetti e gli amministratori locali non sarebbero semplicemente dirigenti chiamati a sostenere la linea del segretario.
Diventerebbero componenti effettive della direzione politica.
Salvini deve davvero dimettersi?
È probabilmente la domanda più difficile.
La risposta, almeno oggi, non può essere semplicemente "sì".
Salvini ha avuto un merito politico che sarebbe sbagliato cancellare: ha trasformato una forza regionale in un partito capace, per una fase, di competere per il primato nazionale.
Ha inoltre una notorietà personale che pochissimi dirigenti della Lega possiedono.
Il vero problema non è quindi soltanto chi sia il segretario, ma quale modello di leadership venga adottato.
Salvini potrebbe persino essere l'uomo capace di avviare la trasformazione, a condizione di accettare qualcosa che politicamente può risultare molto difficile: cedere una parte consistente del proprio potere.
Potrebbe proporre una direzione collegiale, rafforzare l'autonomia dei territori e preparare un congresso autenticamente competitivo.
Paradossalmente potrebbe essere proprio questa la maniera migliore per salvare anche la propria storia politica.
C'è una differenza enorme tra un leader costretto a lasciare perché sconfitto da una rivolta interna e un leader che comprende che una fase politica è terminata e organizza personalmente quella successiva.
Nel secondo caso Salvini potrebbe continuare ad avere un ruolo importante nella Lega anche se, in futuro, non dovesse più esserne il segretario.
Il congresso dovrebbe tornare a essere una scelta politica
Prima o poi, però, la Lega dovrà affrontare anche la questione della successione.
Non con congiure interne.
Non attraverso guerre sui giornali.
Non attraverso candidature preparate nei corridoi.
Servirebbe un congresso vero.
Più candidati, programmi differenti e una discussione esplicita sull'identità del partito.
Una candidatura potrebbe rappresentare la prosecuzione della linea nazionale e sovranista.
Un'altra potrebbe proporre il ritorno al federalismo e ai territori.
Una terza potrebbe tentare una mediazione.
Lasciare scegliere iscritti e militanti permetterebbe alla Lega di trasformare una crisi di leadership in una discussione politica.
Ed è probabilmente ciò di cui il partito ha maggiormente bisogno.

Tornare agli amministratori
C'è poi un patrimonio che la Lega continua a possedere e che rischia di sottovalutare: quello degli amministratori.
Sindaci, assessori, presidenti di Regione, consiglieri comunali e regionali rappresentano storicamente una delle principali forze del movimento.
La Lega migliore non è mai stata soltanto quella dei comizi.
È stata anche quella dei municipi.
L'amministratore che deve risolvere problemi di strade, bilanci, sicurezza urbana, trasporti, servizi pubblici e imprese ragiona inevitabilmente in maniera diversa dal politico che vive prevalentemente di comunicazione nazionale.

Riportare questi amministratori al centro significherebbe probabilmente riportare anche maggiore concretezza nella proposta politica.
Meno battaglie simboliche quotidiane.
Più infrastrutture.
Più autonomia.
Più semplificazione.
Più sostegno alle attività produttive.
Più sicurezza concreta nei territori.
Il federalismo potrebbe diventare nuovamente una grande questione nazionale
Il paradosso è che la Lega potrebbe rilanciarsi tornando alle proprie origini senza necessariamente tornare al passato.
Il federalismo del XXI secolo non dovrebbe essere quello delle contrapposizioni folkloristiche o delle secessioni.
Dovrebbe essere quello della responsabilità.
Chi governa deve poter decidere.
Chi decide deve rispondere dei risultati.
Chi raccoglie risorse deve spiegare come le utilizza.
Regioni e Comuni virtuosi devono essere messi nelle condizioni di funzionare meglio.
Quelli inefficienti devono essere responsabilizzati, non semplicemente finanziati senza fine.
Questa impostazione potrebbe parlare al Nord ma anche a molti amministratori e cittadini del Centro e del Sud.
Ed è proprio qui che si potrebbe trovare una nuova dimensione nazionale della Lega.
Non più una Lega che diventa nazionale rinunciando al federalismo.
Una Lega che diventa nazionale proponendo il federalismo a tutta l'Italia.

La vera scelta di Salvini
Matteo Salvini si trova quindi davanti a una scelta molto più importante della semplice difesa della propria segreteria.
Può cercare di conservare l'attuale struttura, contrastare la fronda interna e continuare la competizione con Giorgia Meloni e Roberto Vannacci sul terreno della destra identitaria.
Oppure può riconoscere che quella fase della Lega è probabilmente arrivata al proprio limite.
La seconda strada richiede coraggio politico.
Significherebbe rinunciare alla personalizzazione assoluta del partito.
Restituire potere ai territori.
Accettare una leadership più collegiale.
Preparare il ricambio della classe dirigente.
Rimettere il federalismo al centro.
Ma potrebbe anche rappresentare l'unica grande occasione per evitare una lenta marginalizzazione.
La crisi della Lega non si risolverà probabilmente cambiando qualche slogan o modificando la strategia social.
Serve una nuova ragione politica per votarla.
E quella ragione potrebbe trovarsi proprio nel luogo dal quale tutto era cominciato: i territori.
Non per restaurare la vecchia Lega Nord.
Ma per costruire qualcosa di nuovo:
una Lega federale, radicata nel Nord ma aperta all'Italia, liberale sull'economia, concreta nell'amministrazione, forte sulla sicurezza e soprattutto coerente con la propria idea originaria: portare il potere il più vicino possibile ai cittadini.
Forse il futuro della Lega non passa dal diventare più nazionale.
Passa dal tornare a essere veramente federale.

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