Ceuta: quando l'Europa scopre di avere un confine
Per anni il dibattito sull'immigrazione è stato affrontato come se bastasse cambiare linguaggio per cambiare la realtà. Si è parlato di accoglienza, inclusione, solidarietà. Molto meno si è parlato di controllo delle frontiere, di sostenibilità dei flussi e di sicurezza.
Le immagini provenienti da Ceuta, dove decine di migliaia di migranti hanno tentato di entrare nel territorio spagnolo attraversando il confine con il Marocco, rappresentano uno spartiacque politico oltre che mediatico. Il Governo italiano ha reagito annunciando la temporanea reintroduzione di controlli nei collegamenti con la Spagna, sospendendo per un mese la libera circolazione prevista dagli accordi di Schengen tra i due Paesi, motivando la scelta con esigenze di sicurezza nazionale.
Al di là delle inevitabili polemiche, emerge un dato che dovrebbe far riflettere tutti: Schengen è uno straordinario strumento di libertà, ma presuppone che i confini esterni dell'Unione siano realmente protetti. Quando questo presupposto viene meno, gli Stati tendono inevitabilmente a ripristinare controlli interni, perché la sicurezza resta una responsabilità che nessun governo può ignorare.
È questo il vero paradosso europeo.
Da un lato si continua a rivendicare un'Europa senza frontiere interne; dall'altro si dimostra ancora una volta l'incapacità di difendere in modo efficace quelle esterne. Il risultato è che ogni crisi migratoria rischia di trasformarsi in una crisi dell'intero sistema Schengen.
Naturalmente è giusto ricordare che molti dei migranti entrati a Ceuta sono stati successivamente riportati in Marocco e che la Spagna sostiene che la situazione sia rimasta circoscritta all'enclave africana. Anche per questo diversi osservatori contestano l'efficacia pratica della decisione italiana, ritenendola prevalentemente simbolica.
Ma il punto politico resta.
Uno Stato ha il dovere di valutare i rischi e di adottare misure che ritiene proporzionate quando percepisce una minaccia alla sicurezza o all'ordine pubblico. Lo stesso Codice Frontiere Schengen prevede, in circostanze eccezionali, la possibilità di reintrodurre temporaneamente controlli alle frontiere interne.
Il problema, però, è più profondo.
Ogni volta che un Paese europeo si trova costretto a reintrodurre controlli interni significa che qualcosa non ha funzionato a monte. Non dovrebbe essere necessario sospendere, sia pure temporaneamente, uno dei simboli dell'integrazione europea per far fronte a fenomeni che dovrebbero essere gestiti alle frontiere esterne dell'Unione.
Futuro Razionale sostiene da tempo un principio semplice: umanità e legalità non sono valori in contrapposizione.
Chi fugge realmente da guerre o persecuzioni ha diritto a una valutazione seria della propria posizione. Ma nessun sistema può reggere se gli ingressi irregolari diventano incontrollabili o se il messaggio che passa è quello di un'Europa incapace di far rispettare le proprie regole.
La libera circolazione è una conquista preziosa. Proprio per questo va difesa.
E la si difende garantendo che i confini esterni dell'Unione siano realmente presidiati, che le procedure siano rapide, che i rimpatri di chi non ha titolo a rimanere siano effettivi e che l'immigrazione regolare torni ad essere l'unica via di ingresso.
Perché la libertà di circolare all'interno dell'Europa può esistere soltanto se esiste anche la capacità di decidere chi entra nell'Europa stessa.
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