Due morti, due piazze. La sinistra e il vizio dell'indignazione selettiva
Bologna, stessa città. Due morti. Due tragedie. Ma due reazioni completamente diverse.
Da una parte Alessandro Ambrosio, giovane capotreno ucciso brutalmente mentre terminava il proprio turno di lavoro. Un servitore della collettività, assassinato da chi ha scelto la violenza. Una vicenda che avrebbe dovuto scuotere le coscienze e aprire una grande riflessione sul degrado, sulla criminalità e sulla sicurezza nelle nostre città.
Dall'altra Fakir Abderrahim, morto durante un intervento delle forze dell'ordine. Un episodio grave, che merita il massimo accertamento dei fatti e sul quale la magistratura dovrà fare piena luce.
Fin qui, nulla da eccepire.
Ciò che colpisce è tutto quello che è successo dopo.
Per Fakir sono comparsi immediatamente cortei, manifestazioni, slogan, accuse allo Stato, alle forze dell'ordine e alle istituzioni. Prima ancora che fossero chiarite tutte le circostanze, qualcuno aveva già individuato il colpevole.
Per Alessandro Ambrosio, invece, dov'è stata quella stessa mobilitazione? Dov'erano gli striscioni? Dov'erano i grandi cortei contro la violenza? Dov'era la stessa indignazione collettiva?
È questa la domanda che una parte della politica continua a evitare.
Perché sembra che alcune vittime diventino simboli nazionali, mentre altre vengano rapidamente archiviate?
La sensazione è che, per una certa sinistra, il valore di una vita dipenda meno dalla tragedia subita e più da quanto quella tragedia possa essere utilizzata per sostenere una determinata narrazione politica.
Se il presunto responsabile è lo Stato o un appartenente alle forze dell'ordine, la mobilitazione è immediata.
Se il responsabile è un criminale comune, il dibattito si spegne molto più in fretta e la richiesta di maggiore sicurezza viene spesso liquidata come propaganda.
Eppure la sicurezza non è uno slogan di destra.
È il primo dei diritti civili.
Perché senza sicurezza non esiste libertà.
Non esiste inclusione.
Non esiste convivenza.
Uno Stato serio deve pretendere che chi porta una divisa risponda sempre delle proprie azioni quando sbaglia. Ma con la stessa determinazione deve difendere i cittadini onesti dalla violenza quotidiana che troppo spesso viene minimizzata o relegata a semplice cronaca.
La giustizia non può essere a corrente alternata.
L'indignazione non può dipendere dall'identità della vittima o da quella del presunto responsabile.
Ogni morte merita verità.
Ogni abuso merita giustizia.
Ogni omicidio merita la stessa attenzione.
Se ci commuoviamo solo quando la vittima è funzionale alla nostra visione del mondo, allora non stiamo difendendo i diritti umani.
Stiamo facendo politica sul dolore.
E una società che seleziona le vittime in base alla loro utilità ideologica non costruisce una cultura della giustizia.
Costruisce una gerarchia delle vite.
E questo, in uno Stato di diritto, non dovrebbe essere accettabile per nessuno.
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