VANNACCI E LA LEGA: CHI HA DAVVERO VINTO LA BATTAGLIA IDENTITARIA?


La politica è spesso crudele. Non premia necessariamente chi ha avuto un'idea per primo, ma chi riesce a rappresentarla meglio nel momento giusto.
È questa la sensazione che emerge osservando ciò che sta accadendo tra la Lega e il movimento guidato dal Generale Roberto Vannacci.
Per anni la Lega ha rappresentato il punto di riferimento di un elettorato che chiedeva maggiore sicurezza, controllo dell'immigrazione, difesa dell'identità nazionale e tutela delle tradizioni. Matteo Salvini riuscì a trasformare un partito territoriale del Nord in una forza nazionale capace di sfiorare il 34% dei consensi alle elezioni europee del 2019.
Oggi, però, qualcosa sembra essersi incrinato.
Il problema della Lega non è soltanto elettorale.
È soprattutto identitario.
Nel tentativo di governare, di mediare e di mantenere un ruolo centrale all'interno delle coalizioni di centrodestra, il partito ha progressivamente smussato alcuni dei tratti che avevano contribuito alla sua crescita. Una scelta comprensibile per una forza di governo, ma che ha lasciato scoperto uno spazio politico che qualcuno prima o poi avrebbe occupato.
Quel qualcuno si chiama Roberto Vannacci.
La sua strategia è stata tanto semplice quanto efficace: non combattere la Lega dall'esterno, ma presentarsi come l'interprete più coerente di una parte del suo stesso elettorato.
In altre parole, Vannacci non ha costruito un'alternativa alla Lega.
Ha cercato di diventare la Lega che molti elettori ricordano.
Per questo motivo l'emorragia di dirigenti, militanti e simpatizzanti che si sta registrando verso Futuro Nazionale non dovrebbe sorprendere nessuno.
Quando un movimento politico perde la capacità di rappresentare la propria identità originaria, inevitabilmente qualcuno proverà a raccoglierne l'eredità.
I risultati di Vigevano meritano attenzione.
In una realtà lombarda che appartiene storicamente alla geografia politica del centrodestra e che per decenni ha rappresentato terreno fertile per il Carroccio, il candidato sostenuto da Vannacci ha superato il 14% dei consensi, ottenendo un risultato che lo stesso Generale ha definito un possibile "apripista" per le future elezioni politiche. La lista sostenuta da Futuro Nazionale ha inoltre superato quella della Lega nel confronto diretto.
Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare Vigevano in una previsione nazionale.
Le elezioni amministrative hanno dinamiche locali che spesso non sono replicabili su scala nazionale.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il segnale.
Quando una forza politica appena nata riesce a superare la Lega proprio in una delle aree che storicamente ne hanno alimentato il consenso, il dato assume inevitabilmente un valore politico.
La Lega probabilmente non scomparirà.
Ha una struttura territoriale consolidata, amministratori locali radicati, governatori autorevoli e uno zoccolo duro di elettori che continua a riconoscersi nel partito.
Il vero interrogativo riguarda invece Matteo Salvini.
Perché mentre la Lega possiede ancora anticorpi politici, il suo leader sembra attraversare una delle fasi più difficili della propria carriera.
Dopo aver raggiunto vette che pochi leader italiani hanno conosciuto negli ultimi decenni, Salvini appare oggi schiacciato tra due pressioni contrapposte.
Da una parte la necessità di mantenere un profilo istituzionale e governativo.
Dall'altra la concorrenza di chi parla all'elettorato identitario senza le responsabilità del governo.
È una posizione estremamente scomoda.
E Vannacci sembra averlo compreso perfettamente.
Il Generale non sta cercando di conquistare il centro.
Sta cercando di conquistare l'anima.
E nella politica contemporanea, spesso è proprio l'anima di un partito a determinarne il futuro.
La sfida che si apre nei prossimi anni non sarà quindi tra Lega e Futuro Nazionale.
Sarà tra due diverse interpretazioni della stessa area politica.
Da una parte chi ritiene necessario moderare i toni per governare.
Dall'altra chi ritiene che proprio quella moderazione abbia allontanato una parte dell'elettorato.
Chi avrà ragione lo diranno le urne.
Ma una cosa appare già evidente.
Per la prima volta da molti anni la Lega non è più l'unico soggetto politico capace di rappresentare il mondo identitario e sovranista italiano.
E questo, per Matteo Salvini, potrebbe essere il vero problema.

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